Per un sindacato di classe

la necessità di un vero sindacato di classe e di massa per la crescita e l’entità della CUB

La crisi mondiale non è affatto una crisi esclusivamente finanziaria come tanti “discepoli” del sistema vorrebbero far credere: essa è una crisi globale, strutturale, di sovrapproduzione,  che investe tutto il sistema di produzione.

L’esperienza  quotidiana  dimostra che il capitalismo, nella sua fase più alta e finale, quella imperialista, diventa più pericoloso per la classe operaia e i ceti popolari ad essa collegati, aggrava i problemi, causa le crisi e le guerre, condanna milioni di lavoratori alla disoccupazione e alla povertà.  I monopoli, le multinazionali, che sono il cuore pulsante del sistema, sono avidi di profitti e sono in competizione per il controllo delle risorse.

È stata prodotta un’enorme ricchezza, gli stessi ritmi e tempi di produzione per costruire gli oggetti per la vita delle persone e dei lavoratori  diminuiscono e, grazie all’innovazione tecnico-scientifica, diminuiranno sempre di più. Ma i frutti dello sviluppo capitalistico sono stati raccolti dai governi dei ricchi, dai banchieri, dagli industriali, dalle multinazionali, dagli armatori mentre le condizioni della classe operaia, degli strati popolari sono andate deteriorandosi, il futuro dei giovani, le condizioni ambientali  del Pianeta sono gravemente compromessi.

Denunciamo con fermezza le vere cause della crisi, svelando il ruolo dell’Unione Europea quale unione imperialista ostile ai proletari. La strategia dell’Unione Europea (unione di capitali e di merci e non di diritti e popoli), ha svolto un ruolo fondamentale nel bloccare salari e pensioni, nel rovesciare i diritti del lavoro e della sicurezza sociale, nel favorire le privatizzazioni.

 

Per banchieri, governi, politici, economisti, giornalisti, sindacalisti, asserviti al sistema capitalista, il problema è presto risolto, il costo della crisi deve essere caricato sulle spalle del lavoro dipendente dei pensionati e dei ceti meno abbienti e popolari, dei giovani.

 

M5S e Lega hanno ottenuto voti popolari perché il livello di sopportabilità delle masse nei confronti delle  politiche  prodotte dal liberismo ha superato il limite.

Dobbiamo sempre ricordare che gli attori di questo governo  non si propongono per nulla politiche a favore dei ceti popolari, tantomeno di porre fine al dominio del capitalismo.

Le OO.SS. potrebbero essere parte indispensabile e fondamentale per organizzare un cambiamento, ma sappiamo, come la storia e l’esperienza diretta e concreta ci hanno insegnato, che esistono direzioni di sindacati dei lavoratori che hanno scelto la concertazione come via strategica e che di fatto sono di ausilio e collaborano con i piani aggressivi del Fmi, della Banca Mondiale, del G7, ecc.  

Si spiega così il vergognoso appoggio da parte dei sindacati confederali al piano di tagli alle pensioni, ai salari, al ricatto occupazionale, alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla limitazione del diritto di sciopero. Con l’accordo del 10 gennaio 2014, l’obbiettivo è quello di provare a scrivere la parola fine al conflitto, affermando che possono esistere solo le organizzazioni confederali, quelle consenzienti e Confindustria pilastri della “nuova concertazione”, attorno alla quale tutto quanto va dimensionato.

Chiunque non stia dentro quella dimensione, chiunque pensi di continuare ad avere una funzione autonoma, di conflitto, di organizzazione dei lavoratori, non avrà più quegli spazi di democrazia che fino ad oggi in Italia – non per gentile concessione, ma perché ce li siamo conquistati – hanno consentito anche di costruire alcuni strumenti antagonisti, alternativi a quelli di Cgil-Cisl-Uil.

Sopprimere i diritti sulle libertà sindacali per avallare peggioramenti economici e normativi sulle condizioni di lavoro, è una necessità che Confindustria e CGIL, CISL, UIL, hanno partorito come prevenzione all’inevitabile inasprimento della conflittualità tra capitale e lavoro.

Eppure, nonostante quell’accordo (10.01.2014) ponesse fine alla democrazia in fabbrica e limitasse il diritto di sciopero, pezzi importanti del sindacalismo hanno deciso di aderirvi, tutti tranne la CUB (e pochi altri) che in modo deciso e chiaro ha sostenuto che le nuove regole repressive hanno lo scopo di reprimere sul nascere la protesta operaia e i movimenti di contestazione.

I sindacati tendono a funzionare come un “Cavallo di Troia” all’interno della classe lavoratrice rendendo possibile in ultima istanza sia la supremazia ideologica borghese sia l’avanzamento degli interessi dei capitalisti contro i lavoratori.

Le lotte operaie dovrebbero essere indirizzate verso prospettive contrarie alle scelte politiche del capitale, dell’Unione Europea, e dei governi ausiliari alla Troika.

L’assenza di un grande sindacato di classe e di massa in Italia, un sindacato che abbia la capacità di analisi degli scenari determinati dalla globalizzazione capitalistica, la capacità di trarne chiare indicazioni di lotta e di prospettiva, è oggi la causa principale della mancanza di una mobilitazione incisiva e unitaria della classe lavoratrice.

Un vero “sindacato di classe e di massa” che renda protagonista la base operaia, nemico di ogni comportamento burocratico, un sindacato che ponga al centro della sua pratica e delle sue rivendicazioni il diritto alla salute e quello al lavoro, diritti fondamentali che non possono essere contrapposti l’uno con l’altro, come è accaduto paradigmaticamente col caso dell’Ilva. Questa grande azienda è ormai da anni sotto i riflettori per il drammatico conflitto tra diritti che in un paese civile dovrebbero coesistere e non scontrarsi, come il diritto alla vita, alla salute, all’ambiente salubre e al lavoro.

Chi ha permesso la riapertura delle fonti inquinanti poste sotto sequestro dalla magistratura, ha privilegiato le esigenze dell’iniziativa economica e sacrificato la tutela addirittura della vita, oltre che dell’incolumità e della salute dei lavoratori, garantendo inoltre l’immunità penale  alla gestione commissariale e ai nuovi proprietari.

L’Ilva è una fabbrica illegale perché è piena di amianto: 1300 sono i siti contaminati dalla fibra killer.

L’Ilva è una fabbrica che cade a pezzi e chi gioca sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini, sperando in una bonifica senza la chiusura degli impianti inquinanti, o è in malafede o quantomeno dimostra di non conoscere affatto né lo stabilimento, né i suoi impianti obsoleti, né il ciclo produttivo. E’ anche questa “ignoranza” che alimenta la contrapposizione diritto al lavoro/ diritto alla vita e alla salute.

L’Ilva è una fabbrica killer che ammazza dentro e fuori la fabbrica: si contano una decina di lavoratori morti dal sequestro disposto dalla magistratura. L’Ilva fa ammalare e uccide i tarantini: sono 1500 i morti di tumore ogni anno, secondo i dati Istat, mentre nei bambini si calcola un eccesso del 30% dell’incidenza di tumori infantili rispetto alla media nazionale.

L’Ilva distrugge l’economia di un intero territorio e il futuro dei giovani tarantini: in quattro anni, dodicimila ragazzi hanno deciso di lasciare la città per trasferirsi altrove.

Prima dell’acciaio, prima dei profitti delle multinazionali, c’è la salute, un diritto inalienabile.

Recentemente c’è stata la sentenza della corte europea dei diritti umani, che ha condannato l’Italia, perché ha violato quei diritti, mettendo in pericolo la salute dei cittadini con le emissioni inquinanti dell’Ilva. Quella sentenza, inoltre, definisce inique e inefficaci le misure intraprese per bonificare l’area.

Ora viene spontaneo chiedersi: chi sono i veri responsabili di questo scempio? Il governo Cinquestelle-Lega che ha sostanzialmente mantenuto i provvedimenti adottati da Calenda e il governo Renzi con l’appoggio delle opposizioni, o anche le OO.SS. confederali e di base, che avevano il dovere di salvaguardare i diritti dei lavoratori e che invece hanno avvallato e sostenuto questo scellerato accordo, permettendo di tenere aperti i siti altamente inquinanti che producono morte?

Fare sindacato di classe significa non solo provare ad unire le lotte, ma anche individuare i veri nemici di quelle stesse lotte.

Solo così riusciremo a sconfiggere il sistema capitalista che ha dimostrato il proprio fallimento, in quanto unico responsabile dell’attuale crisi mondiale dell’ umanità. Noi lavoratori non possiamo minimamente confidare nella possibilità di riformarlo e le condizioni di vita e di lavoro che subiamo sulla nostra pelle ce lo dimostrano ogni giorno.

La CUB rappresenta per tanti lavoratori la speranza che è ancora possibile costruire un sindacato di classe a di massa, essere protagonisti nella trasformazione di un nuovo modello di società. Per questo è fondamentale favorire il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, promuovendo il confronto, il coinvolgimento in tutti i momenti decisionali, valorizzando la militanza, favorendo la crescita di nuovi delegati, la condivisione di valori, obiettivi e pratiche. E’ fondamentale coinvolgere lavoratori e  giovani delegati militanti, un obiettivo che va perseguito costantemente, a tutti i livelli. I componenti degli organismi dirigenti devono favorire il ricambio generazionale, definendo e rispettando regole di decadenza per limiti di età, pur continuando a dare, se possibile, un contributo importante e rimanendo a disposizione dell’organizzazione.

Dobbiamo essere capaci di elaborare una linea che sappia sfruttare le contraddizioni che dalla politica di questo governo stanno emergendo sempre più, deludendo tanti tra quei ceti popolari più sfruttati che avevano creduto in un cambiamento. Dobbiamo forzare sulle aspettative dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani, ecc. fino a quando si consolida la consapevolezza che solo il protagonismo dei lavoratori, la lotta, l’abbattimento del sistema capitalista, può liberarci dallo sfruttamento. Per questo dobbiamo sostenere e presenziare, con i nostri contenuti e le nostre proposte, le lotte dei movimenti che si battono contro le opere inutili, per la difesa della salute, per il diritto alla casa, per i diritti e le rivendicazioni dei gruppi sociali più deboli, delle donne, degli immigrati. Dobbiamo avere la capacità di elaborare piattaforme dal punto di vista di classe, sulle vertenze nazionali di categorie (CCNL), sulle questioni generali come la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sulla tutela e  bonifica dei territori inquinati. Dare indicazioni in tutte le categorie, di elaborare proposte sulle vertenze e accordi di secondo livello sulle tematiche generali, del salario minimo, del precariato e soprattutto sulla riduzione dell’orario di lavoro, nell’applicazione delle nuove tecnologie che devono favorire la classe lavoratrice, produttrice della ricchezza. Oggi la tecnologia va esclusivamente a favore del padronato. Bisogna appropriarsi del tempo liberato. Dobbiamo però essere trasparenti, coerenti nella gestione dell’organizzazione,  respingere tendenze a decisionismi autoritari, tendenze autoreferenziali. Un sindacato di massa e di classe deve essere democratico, collegiale al suo interno, trasparente, coerente con la propria entità, conflittuale, indipendente. Trasparenza significa anche iscrizioni certificate della forza attiva; i documenti, le decisioni  dell’organizzazione devono essere alla portata di tutti i dirigenti nazionali e locali.

Il nostro impegno deve essere indirizzato a collegare le avanguardie di lotta, ad unire i lavoratori e gli strati proletari, attivare e sostenere sempre più lavoratori e giovani nel percorso di lotta e di classe.

Siamo consapevoli di non essere al punto di arrivo ma all’interno e all’inizio di un percorso.

 IL SINDACATO DI BASE È LA NECESSITÀ DEL SINDACALISMO DI CLASSE

Contro il sistema di sfruttamento, contro la povertà e le guerre provocate dalla barbarie del capitalismo:

– Difesa dei diritti e delle conquiste della classe operaia. Più in generale di tutti i lavoratori e delle tematiche sociali.

– Lotta contro le associazioni datoriali, sindacali e politiche che difendono e sostengono il sistema di sfruttamento della classe lavoratrice.

La conquista di una stabile ed effettiva democrazia nei luoghi di lavoro è essenziale anche per garantire spazi di democrazia  nella società.

Le forme di organizzazione e di aggregazione di cui dobbiamo dotarci devono rendere protagonisti i lavoratori. Costituire i comitati di fabbrica e di lotta e il loro coordinamento in affiancamento, là dove si riesce, alla elezione dei Rappresentanti sindacali Aziendali, può essere una forma organizzata dei lavoratori, non solo per contrastare  le regole antidemocratiche delle R.S.U. T.U. ma per agire collettivamente da protagonisti nell’azione pratica del conflitto, all’interno del luogo di lavoro e nel territorio.

  • Per l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici su un percorso di lotta comune del settore privato e pubblico, italiani o migranti.
  • Sviluppare, come elemento necessario, l’internazionalismo, la cooperazione e lo sviluppo delle relazioni con le organizzazioni sindacali ed i movimenti in Europa e nel Mondo, che condividono e seguono i principi della lotta di classe.
  • Promuovere i principi della solidarietà di classe all’interno dell’organizzazione e tra i lavoratori.

Più organizzazione, più attività.

Il modello confederale, il sindacato generale, dal territorio agli organismi nazionali, è la forma organizzativa più appropriata per costruire  l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici, per sviluppare  coscienza e solidarietà di classe.

I coordinamenti territoriali della CUB, nella gran parte, già operano con questa forma organizzativa, in alcuni casi per le limitate dimensioni delle strutture provinciali ma anche dove le provincie hanno una consistenza maggiore è la confederalità la forma organizzativa applicata alla pratica dell’azione sindacale. Maturare la consapevolezza dell’unità dei lavoratori, al di là dei settori di appartenenza, consolida la solidarietà e la coscienza di classe.

La critica alla modifica dello Statuto Nazionale quindi, non significa esaltazione della forma organizzativa  federale,  ma  è opposizione ai motivi veri di questa modifica che di fatto stronca quello che nella CUB era stata una necessità individuata da Tiboni e dalla maggioranza della CUB nel 2016.

Nelle intenzioni di Tiboni e di alcuni storici dirigenti CUB, l’organismo di 21 coordinatori, con un portavoce eletto a rotazione, doveva essere l’ambito di formazione dei nuovi e dei giovani attivisti e militanti che, nell’arco di qualche anno, avrebbe favorito il necessario ricambio generazionale, giovani in grado di coordinare, anche sul piano nazionale, la CUB.

Erano organismi in cui, con entusiasmo, i lavoratori attivi cercavano di partecipare.

Non perdiamo questa opportunità. Facciamo in modo che anche con la nuova struttura che la CUB si è voluta dare non si perda il senso di crescita,  di partecipazione, di consapevolezza e di coscienza formativa di cui la CUB ha bisogno.

Non si costruisce nessun sindacato di massa, tantomeno di classe, se l’organizzazione non favorisce l’inclusione, il coinvolgimento nelle strutture a tutti i livelli dei giovani, delle lavoratrici e dei lavoratori attivi, se non è trasparente, anche nell’uso delle risorse, nell’elaborazione dei documenti, nell’osservanza delle regole.

Gli organismi dirigenti devono avere la capacità di sviluppare azioni di inclusione, di tante e diverse esperienze, di partecipazione, di confronto /analisi, di elaborazione e di sintesi.

Solo così si va verso la costruzione di un sindacato di classe e di massa.

Per cui ci auguriamo e auguriamo alla nuova dirigenza di cogliere il giusto orientamento, su cui non mancherà la nostra attiva partecipazione affinchè tutto questo avvenga.

 

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